Biografia
Iron Maiden ovvero la più grande heavy metal band degli anni ottanta. Una progressiva, inarrestabile marcia di avvicinamento ai vertici ha caratterizzato la vita della band sin dal suo esordio nel 1979. da quel momento, in una sofferta alternanza di musicisti e continui ma non contraddittori aggiustamenti e miglioramenti di stile, gli Iron Maiden hanno perfezionato la loro incredibile “macchina da musica”, un meccanismo ormai oliato alla perfezione, come abbiamo avuto occasione di vedere nelle molte visite italiane del gruppo, compreso il tour del dicembre 1986.
Questa biografia vuole raccontarvi l’ ascesa degli Iron Maiden verso i cieli della gloria, vuole rivelare “dal di dentro” l’ incredibile sforzo di volontà, la tenacia, la sofferenza, la grandiosità che tutto ciò ha comportato, il sudore e l’ adrenalina che hanno bagnato la lunga e felice rincorsa in nove, lunghi, emozionanti anni di passione. Musica, perizia tecnica, volitività: tre segreti per una storia diventata leggenda.
Questa è la storia completa degli Iron Maiden, la biografia ufficiale italiana del gruppo. Buona lettura e …keep on rockin’!
INTRODUZIONE: la mentalità vincente
Se i Deep Purple possono essere considerati il gruppo rock per eccellenza degli anni settanta, gli Iron Maiden si possono fregiare di questo titolo nel decennio successivo. La loro storia non è in fondo complessa, ma rappresenta un episodio, l’ unico veramente felice, legato ad una generazione di gruppi hard. Il loro è un esempio di efficienza, di costante progresso, di studiata ed inarrestabile ascesa verso il successo. Se mi si consente il paragone storico, credo che l’ entourage degli Iron Maiden possa essere raffrontato a quello della società spartana, dove i deboli ed i non adatti venivano gettati dalle rupi. Alla <Sanctuary> non c’ è posto per vecchi, drogati ed ubriaconi. La forza, la volontà, la resistenza sono le caratteristiche necessarie per sopravvivere, non si fa ricorso a compromessi, così come non si può fare ricorso a sostanze stupefacenti per superare le difficoltà. Questa la mentalità che si cela dietro i cambiamenti di formazione, queste le motivazioni che hanno portato al licenziamento di molti roadies “deboli”. È un po’ come chi si ferma è perduto e questa, forse, è la mentalità vincente per trovare certezza e sicurezza in un mondo dove tutto accade troppo velocemente e spesso il successo ha le sembianze di una cometa passeggera.
Gli Iron Maiden hanno subito avuto il vento in poppa viaggiando sulla cresta dell’ onda (la New Wave of British Heavy Metal), superando sicuri gli alti e bassi delle maree del mercato di cui l’ hard rock ha sempre subito eccessive le ripercussioni. Un gruppo al di sopra delle parti, insomma. Un gruppo al di sopra dei dissoluti romani (UFO, MSG, Def Leppard, Whitesnake, Angelwitch, Tygers of Pan Tang) scostanti, mutevoli ed incapaci di fare tesoro delle circostanze favorevoli, persi in un dedalo di problemi interni e personali: difficile da prendere come esempi dai kids, posti di fronte troppo spesso a gruppi oscillanti tra i classici dell’ hard rock ed annacquate pop songs, oppure sopravvalutati e ben presto inariditisi nella iniziale florida vena creativa.
Se quella dell’ efficienza è la mente del successo degli Iron Maiden, il braccio che fa strage è rappresentato dal lavoro live della band. Ogni tournee è uno sfinimento, dura oltre un anno, li porta in tutto il mondo. In oltre 20 paesi i kids possono vedere 5 artisti dare tutto di sé in ogni sera, senza risparmiare una goccia di sudore, un briciolo di energia. Nessuno è dimenticato, ogni nazione, ogni città è trattata allo stesso modo, ogni concerto è un Madison Square Garden. I kids si sentono considerati, amati, protetti dalla loro regolare apparizione. Questa forza livee come un tornado, un episodio indimenticabile e suggestivo. Il seguito che gli Iron Maiden si sono creati in sei anni di carriera, è vasto e solido, fatto che ha consentito ai loro albums ingressi in classifica straordinari, sempre nei Top 10 in Inghilterra e nella maggioranza dei paesi europei.
Gli Iron Maiden hanno dalla loro anche un certo qual sincero interesse verso il prossimo con una seria campagna contro i venditori di magliette pirata ed una contro l’ uso dell’ eroina. Programmazione e costanza. Da “Killers” in avanti, si sono sempre avvalsi di Martin Birch alla produzione, creando anche sul lavoro un rapporto di amicizia costruttivo che ha generato un sound live (e così che amano lavorare) facilmente riconoscibile e difficile da scambiare per altrui (cosa che talvolta accade ad altre bands …). Anche le chitarre synt usate in “Somewhere in Time” non hanno cambiato questo modello, come il grande salto negli States ha lasciato meno strascichi di quanto si potesse pensare. La costante crescita dei Maiden, è frutto di personalità, ma le grandi masse di kids vanno anche prese al momento giusto. In questo senso la coppia manageriale Smallwood-Taylor (compagni di scuola) ha fatto il grosso lavoro. Con la sensibilità di navigati segugi hanno setacciato ogni pista valida percorrendola proprio nel momento più favorevole guardando sempre avanti passo dopo passo valorizzando le doti di Steve, Adrian, Bruce, Nicko e Dave, facendone delle stars agli occhi di tutti. Sono sbarcati in America quando in Europa l’ heavy metal era un po’ in crisi e là era in crescendo, hanno esplorato nuovi territori (Europa dell’ Est) portando quella produzione e quella capitalistica stravaganza che i primi pionieri mai avevano proposto (Budgie, Samson e Girlschool avevano già visitato Yugoslavia, Ungheria e Polonia). Difficile trovare un neo nella storia degli Iron Maiden: il loro successo è lì a testimoniare l’ assenza.
DECLINO DEL PUNK E NASCITA DEGLI IRON MAIDEN
Travolto dal punk, sepolto sotto una montagna di cerniere, lamette, spille da balia e orecchini, nessuno nel 1978 avrebbe giocato un soldo bucato sulla ruota dell’ heavy metal. I vecchi eleganti, sopravvissuti per inezia, erano per lo più scappati in USA e tornavano in Europa solo per fare saltuari concerti. Qualcosa però bolliva in pentola, sicché non appena la meteora punk cominciò a dare segni di declino, il rock alzò la testa. Il ’79 fu l’ anno della riscossa. I festival estivi riassunsero connotati più hard con Led Zeppelin, Who, Scorpions, Motorhead, AC/DC nel ruolo di primi attori, ma quel che più conta, fu pubblicato un album. Il <Metal for Muthas> raccoglieva il meglio dell’ heavy metal britannico, soprattutto londinese e dava la possibilità di distribuire questo prodotto (l’ heavy) anche al di fuori della capitale inglese, generando interesse. Gli Iron Maiden incisero due brani in questa compilation, “Sanctuary” e “Wrathchild”. “<In linea di principio l’ idea dietro M.F.M. era buona ma, in pratica, non ha funzionato al 100%. Ha dato la possibilità a molti fans di ascoltare bands di cui aveva solo sentito parlare ma tutti hanno sofferto per la qualità del suono. Noi non eravamo soddisfatti, ma non rimpiangiamo di aver partecipato al progetto>” (Steve Harris, Souns 26/7/80).
Il disco, pur essendo scarso qualitativamente, centrò l’ obiettivo: gli Iron Maiden ottennero il contratto con la EMI verso natale, dopo che la band suonò due proverbiali concerti al Marquee. La storia degli Iron Maiden precedente a quel contratto è molto più lunga di quanto sia comunemente noto.
Gli albori della band vanno a braccetto con i fatti di vita di Steve Harris, ne ’72 appena sedicenne. La sua prima band si chiamava Gipsy’ s Kiss, formata con Dave Smith, un suo compagno di classe che gli insegnò a suonare il basso, ed il loro primo concerto fu una contest locale nella sala adiacente alla chiesa di St. Nicholas a Poplar nell’ East End nel ’74. Gipsy’ s Kiss fu per Steve un breve periodo (6 concerti) cui seguì una militanza in una bolgie band chiamata Smiler. La loro reputazione nel circuito dei pubs era buona, ma per Steve non era facile digerire un genere di musica assai simile a quello che erano allora i Savoy Brown. Decise di formare una band per conto suo. “<Volevo una band di hard rock che provasse vari esperimenti in fatto di ritmo, invece di andare giù a testa bassa suonando sempre gli stessi tre accordi>”, ha detto a quei tempi. Nacquero così gli Iron Maiden, nome ispirato dal film “The man in the Iron mask” ma in effetti, strumento di tortura medievale.
Il primo concerto fu in un pub chiamato “Cart and Horses” a Stratford nell’ East Sud nel maggio ’76. il set comprendeva già i pezzi “Iron Maiden”, “Powler”, “Transylvania”, “Innocent exile” e “Burning Ambitions”. La band era inevitabilmente destinata a molti cambi di formazione, essendo oggi Steve l’ unico membro originale. A quel tempo, oltre a suonare il basso, fungeva da agente per la band organizzando concerti nell’ East End. Oltre al Cart and Horses, uno dei pubs preferiti era il Bridge House a Camming Town. I tempi del Ruskin Arms erano ancora lontani. I cambi di formazione successivi furono frequenti. Dave Murray entrò una prima volta nella band ma durò solo sei mesi a causa di un litigio. Ne uscì per unirsi agli Urchin, il gruppo di Adrian Smith. Ad un certo punto fu pure reclutato un tastierista, un certo Tony Moore, che durò un concerto. Tra i vari elementi che entrarono nella band, ci fu anche Barry Purkis, in arte Thunderstick, che fu famoso poi come il mascherato batterista dei Samson. Dave fu ricondotto a forza negli Iron Maiden e poco dopo fu seguito da Paul Di Anno.
Steve e Paul si incontrarono durante un concerto dei Pink Fairies nell’ East End. Coincidenza volle che l’ agente dei Pink fosse Rod Smallwood … com’ è piccolo il mondo! Di Anno si unì agli Iron Maiden alla fine del ’78, poco prima di una fortunata serie di concerti al Ruskin Arms, un pub a East Ham, che proprio in quel periodo si stava facendo una solida reputazione come locale rock.
1978: ARRIVA EDDIE! I concerti e un tour bus da leggenda
la reputazione della band stava intanto crescendo, creando l’ invidia tra le altre bands della zona. L’ East End di Londra non è certo la zona più tranquilla della città e le bande dei teppisti non si contano. Tra i vari episodi di intolleranza nei loro confronti si annovera anche un’ iniziazione di una band rivale che durante un concerto entrò nel pub (il Cart and Horses) e versò birra nei loro monitors.
I primi shows avevano già un’ impostazione teatrale un po’ amatoriale se vogliamo, ma un embrione di quello che è oggi un concerto degli Iron Maiden era già visibile. Eddie non c’ era ancora. Era inizialmente una maschera sul logo e faceva da controparte alla performance di Den Wilcock, il cantante che precedette Paul Di Anno, il quale, da buon fanatico di Gene Simmons, si presentava sul palco con una maschera semi-purulenta durante “Prowler” e si infilava una spada in bocca facendo uscire sangue finto contenuto in capsule durante “Iron Maiden”. Lo svenimento di alcune ragazze tra il pubblico e la dipartita di Den ridimensionò il tutto. Fu rivangata un’ idea di un certo Dave Beasley. Nacque così Eddie. Dave è oggi più noto come D. Lights ed è da allora il tecnico delle luci dei Maiden come minimo riconoscimento per la vita. Eddie rimase maschera per un po’ ma una pompa pneumatica faceva sgorgare sangue dalla sua bocca. Gli svenimenti cessarono.
Il secondo Eddie era di fiberglass (vedi retro copertina primo album) e faceva ancora coppia con il logo, questa volta luccicante. Era il ’78, in quei tempi, si diceva, il punk era in auge e per i Maiden era difficile uscire dall’ East End senza fare ricorso a compromessi nel look, nella musica, nelle idee. Steve Harris preferì fare gavetta piuttosto che rinnegare l’ heavy metal e prendere la scorciatoia verso il successo. I loro rapporti con il punk furono inesistenti. Pur essendo una zona popolare, l’ East End è sempre stato per tradizione un covo di rockers. Per i Maiden era impossibile trovare un concerto fuori dalla loro zona, ma era altrettanto difficile trovare un gruppo punk a suonare nell’ East End. Una specie di divisione del territorio insomma. In comune, se vogliamo, solo la provenienza: una musica fatta da giovani della classe lavoratrice destinata alla classe lavoratrice. Il punk, però, vendeva. Le case discografiche lo smerciavano come il pane e rifiutavano di considerare l’ idea di andare di persona nell‘ East End di Londra a vedere suonare queste bands. L’ heavy metal rimase un fenomeno circoscritto ma, nel loro piccolo, gli Iron Maiden stavano crescendo, spostandosi ad altri pubs dei dintorni. Con loro si spostavano anche i fans, segno che in quell’ ambito già si era creato un seguito leale e affezionato. L’ arrivo di Paul Di Anno segnò anche lo spostamento del Ruskin Arms dove la band suonava anche per 3 o 4 sere alla settimana, facendo il pieno tutte le volte. Paul aveva classe, potenza, sapeva manipolare il pubblico; la band trasudava energia da tutti i pori. La guerra al punk era cominciata. Steve si rese però conto di rischiare l’ avvizzimento nell’ East End ancora prima della fioritura e fu per questo che si decise di registrare la prima demo-tape. Furono scelti gli Spacewood Studios di Cambridge. Lavorarono per due giorni; il 30 e il 31 dicembre ’78. il tutto costò 200 sterline, troppo per gli standard dell’ East End. Copiarono il master su cassetta e se ne andarono con l’ intento di ritornare a missare e a correggere gli errori un paio di settimane dopo.
Registrarono quattro pezzi scritti da Steve. “Iron Maiden”, “Invasion”, “Prowler”, “Strange World”. Trovato il denaro tornarono a Cambridge per scoprire che la master tape era stata cancellata. La cassetta, molto “sporca” ovviamente, finì a Neal Kay. Nacquero così le Soundhouse Tapes. Neal Kay, chi era costui? Fu considerato un po’ il padrino dell’ heavy metal, come D.J. svolgeva un ruolo di crociato contro la new wave imperante, proponendo cose attuali, sempre alla ricerca di nuove bands rock. La sua roccaforte era il Bandwagon Soundhouse, un club dove si suonava solo rock, una specie di avamposto nel nord ovest di Londra (lontano dall’ East End, dunque). Era una piattaforma di lancio di cui Neal Kay era il parafulmine. Di quei tempi, come si sa, fare una crociata a favore dell’ heavy metal non era certo il più popolare degli sports. Gli Iron Maiden andarono da quel “pazzo” testardo di un D. J. Proponendo la loro demo-tape in cambio di un concerto. Era una demo-tape abbastanza professionale. C’ erano un po’ di errori, ma musicalmente era sorprendente. ”<La melodia, più la potenza mi impressionarono. La loro combinazione, i cambi di tempo, la velocità e le linee melodiche di Dave Murraymi fecero cadere dalla sedia. Era unica ed impressionante, sicuramente al demo migliore che mi sia mai stata consegnata>” (Neal Kay).
La demo cominciò una regolare rotazione nel locale e ben presto divenne una delle favorite dei fans che ne facevano continuamente richiesta. “Prowler” divenne oggetto di assiduo culto e raggiunse la classifica delle classifiche heavy pubblicate su Sounds (l’ unico giornale musicale “liberale” in fatto di orientamenti musicali). Questo portò a vari concerti degli Iron Maiden nella”Sounhouse” ed ad un certo interesse anche al di fuori di Londra. La spinta definitiva vanna ancora da Neal che decise di portare in giro per il paese la sua disco heavy. La definizione New Wave of British Heavy Metal nacque nel maggio del ’79 in coincidenza con un concerto patrocinato da Neal alla Music Machine (un ex teatro vittoriano trasformato in un concert hall che dopo un incendio nell’ 83, incidentalmente accaduto durante una heavy disco di Neal Kay stesso chiuse a lungo e poi fu convertito in quello che oggi è il Camden Palace, un paradisoo di posers gestito da Steve Strange).
Quella sera, oltre ai Maiden, suonavano anche Angelwitch e Samson. Il destino delle tre bands, seppur diverso nel risultato, sembra trovare molti punit in comune in questo periodo. È il tempo dell’ avvento di Rod Smallwood come manager e dei primi concerti fuori Londra. I viaggi nel “Green Godness”, un tour bus che passò alla leggenda, furono piuttosto travagliati e scomodi; ma i soldi non erano molti e non ci si poteva permettere hotels. Steve ricorda: “<Una volta suonammo al Gallery Club di Bekenhead, era così freddo che ci svegliammo sotto un leggero strato di ghiaccio, fu molto divertente>”.
L’ APPROCCIO TRA “BAND” E “TALENT SCOUT”
L’ esibizione come divertimento.
Se qui si trattasse di disegnare un albero genealogico parallelo a quello dei Maiden, il gruppo più direttamente coinvolto sarebbe sicuramente quello dei Samson. Condotti da Paul Samson, da cui ovviamente prendono il nome, so formarono nel giugno del ’78 ed oltre al baffuto chitarrista, comprendeva Chris Aymer al basso e Clive Burr alla batteria. Paul si incaricava anche di cantare. Clive lasciò i Samson nel gennaio del ’79 ed, infatti, appare solo nei primi due singoli della band. Fu sostituito da Thunderstick, quel Barry Purkins che per qualche tempo aveva fatto parte degli Iron Maiden. Per tornare a Clive, smise di suonare e si trovò un lavoro fino a dicembre, quando si unì lui stesso ai Maiden sostituendo un certo Doug Sampson. Poco prima che arrivasse Clive, un altro episodio live di rilievo fu quello del Music Machine, quando il 3 settembre di quell’ anno i Maiden fecero da supporto ai Motorhead.
La situazione dell’ heavy metal stava intanto cominciando a cambiare, Motorhead e Scorpions avevano fatto da headliners a Reading (c’ erano anche i Cheap Trick) e qualche casa discografica sentì odore di soldi. Il primo vero approccio tra band e “talent scout” delle case discografiche fu il 19 ottobre, quando la band fece da headliner al Marquee. In quella settimana suonarono anche Adverts, UK Subs, Back to Zero e Pretenders. A parte la presenza massiccia del pubblico, la band generò poco interesse in A&M, CBS, WEA. L’ unica etichetta con un po’ di fiuto fu la EMI che, consapevole di questa tendenza considerata ancora un po’ aliena (“Muthas” vuol dire mutanti) pensò di mettere assieme una compilation di rock bands. Il traffico di contatti andava in entrambi i sensi con la band alla ricerca di un contratto permanente e la EMI che offriva loro lo studio ed il tempo necessari per incidere i due pezzi da inserire nella compilation. Inutile sottolineare che gli Iron Maiden ottennero entrambe dopo un paio di concerti in dicembre, sempre al Marquee, completamente sold-out.
Quella prima sera al Marquee avevano due chitarristi, la seconda solo Dave. “<A quel tempo c’ erano alcune case discografiche interessate a noi e proprio allora cominciammo a discutere i termini del contratto con la EMI>” disse Steve qualche tempo dopo. Il loro A&R, John Danley, fu messo knock-out dal responso della folla e dalla sicurezza e la potenza della band; convincere il suo capo fu uno scherzo ed il contratto fu annunciato il 15 dicembre ’79. La nomina di Rod Smallwood a manager della band seguì di poco, trattandosi quasi di una formalità. Anche con l’ arrivo delle prime copertine su Sounds, l’ atteggiamento della band non cambiò. “<Un vero divertimento. Non mi piacerebbe che la band diventasse troppo seria. Sul palco cado per terra, dico cazzate (lo farà poi con i battlezone) e questo è ciò che conta. Quando abbiamo tempo andiamo a vedere il West Ham e mi comporto come un hooligan (a quei tempi si accapigliava in risse molto spesso). Non credo che le cose cambieranno mai. Noi siamo persone con la testa sulle spalle e farò in modo che le cose rimangano così>” (Paul Di Anno).
L’ opinione della band riguardo allo stato dell’ heavy metal era chiara. Steve: “<C’ erano ancora migliaia di kids interessati alla musica, solamente la stampa non ne parla>”.
Paul: “<Ovviamente noi siamo parte di una nuova ondata di heavy metal, ma non sono certo che l’ Heavy se ne sia mai veramente andato>”.
Gli Iron Maiden erano ora circondati da attenzioni e molta gente credeva ciecamente in loro. Il rischio di spendere troppo denaro in notevoli quantità e non vederne i frutti sembrava un po’ più lontano. Oltre a finanziare personalmente tutta la strumentazione (2000 sterline arrivarono anche dalla nonna di Steve) si sobbarcarono, di concerto con Rod, tutta la tournee da headliners, che culminò con gli shows al Marquee prima di Natale. Tra le spese sostenute di tasca propria, ci furono anche quelle per la realizzazione delle leggendarie “Soundhouse Tapes” su disco. L’ EP che comprendeva “Iron Maiden”, “Invasion” e “Prowler” fu pubblicato sulla fantomatica personale etichetta “Rock Hard Record”. Il modo in cui la distribuzione fu organizzata, era già sintomatico della riconoscenza che la band sentiva nei confronti dei propri affezionati fans. L’ EP fu venduto per posta (5000 copie in tutto) da Keith Wilfort, un proselito della prima ora che si occupa oggi del fan club e, dopo le prime 3000 copie, sparite in una settimana. Rod Smallwood ricevette un ordine per 20.000 pezzi dal HMV shop. La band rifiutò e preferì trattare l’ EP come un raro dono da fare ai propri fans. L’ anno finì con un’ ulteriore mescolamento di carte, come detto, Doug Sampson lasciò la band, fu momentaneamente sostituito da un certo Gary Edwards ( che appare in “Burning Ambition”, il retro del primo singolo “Running Free”) e, proprio prima di Natale, arrivò Clive Burr.
IL PRIMO ALBUM: TRIBALI REAZIONI E INCONTENIBILI ENTUSIASMI
Si unisce alla band Dennis Stratton che rimpiazza Tony Parsons, licenziato dopo un debole concerto al Marquee. L’ annuncio messo su Sounds, specificava che il chitarrista dovesse avere un’ età non superiore ai 22 anni. Dennis ne aveva 37, ma suppliva con l’ energia sul palco ed uno spassoso senso dell’ umorismo. In effetti, si trattava della seconda scelta, ma Adrian Smith era il leader degli Urchin e per un po’ sembrava che la band dovesse avere successo e far carriera, così rifiutò l’ offerta. All’ inizio dell’ anno, con la band sotto contratto, uscì il famoso <Metal for Muthas>. Tra le bands degne di menzione, c’ erano Angelwitch, Sledgehammer, Samson e Praying Mantis. Il disco era molto londinese e non vi trovarono posto bands emergenti che, a ragione, facevano ampiamente parte della New Wave of British Heavy Metal, l’ unico torto di Def Leppard, Tygers of Pan Tang, Saxon, era quello di non essere londinesi. Il disco, oltre a mancare di panoramicità sul fenomeno musicale dell’ heavy, era piuttosto scarso qualitativamente e da più parti si pensò che la spinta e la promozione fatta al rock fossero quasi negative. Seguì un tour che i Maiden intrapresero con i Praying Mantis di supporto. L’ entourage era più ampio, l’ impianto tecnico decente, gli shows erano mozzafiato. Su e giù per il paese il Metal for Muthas Tour generò tribali reazione e audience entusiaste. Ci furono vari episodi un po’ violenti data la natura del fenomeno (tutti i giovani virgulti sono esuberanti e spesso incontrollabili) e la natura apprensiva di Paul, spesso coinvolto in verbali alterchi con il pubblico. A Londra lo show fu una specie di tumulto con un Lyceum straripante di pubblico (tutti i fans dell’ East End erano lì) e quelli che criticavano, forse a ragione, il MFM si dovettero ricredere. Per gli Iron era la fine di un capitolo.
IL RECORD DI “RUNNING FREE”
In febbraio, nel bel mezzo della tournee, la EMI pubblica il primo singolo ufficiale della band. “Running Free” stabilì un record, entrando subito al numero 44. il partito degli scettici (quelli che credevano che la new wave fosse all’ apice e l’ heavy metal solo un fenomeno da baraccone) non poteva credere che una band di heavy metal potesse fare un balzo del genere con il primo singolo alla prima settimana, e rimase ancora più allibito quando la BBC offrì alla band la partecipazione a Top of the Pops. Il fatto era destinato a creare più di un grattacapo. Prima di tutto nessuno, fatta eccezione per i Who nel ’72, aveva mai suonato dal vivo, secondariamente, quell’ atmosfera plastificata e falsa che regna nel più discusso programma di musica della televisione inglese non si addiceva certo ai Maiden. Le preoccupazioni toccarono i dirigenti della Emi, prima timorosi che Rod Smallwood impedisse alla band di parteciparvi, e, dopo il sì all’ esibizione live da parte della BBC, i tecnici dello studio, troppo meticolosi nel cavillare sul livello del volume. Ancora una volta, quest’ apparizione (televisiva) mostrò la freschezza e la bontà del gruppo. Puntare sui Maiden come sicuri vincenti non era più un azzardo.
Il singolo, la prima copertina di Derek Riggs, raggiunse il numero 33, ma non andò oltre, causa la mancata promozione alla radio, ancora decisa a boicottare l’ hard rock in blocco. Durante lo stesso mese di febbraio, fu registrato il primo album. Le sessions in studio durarono poco giacché la maggioranza dei brani era piuttosto datata. Questo consentì loro di partecipare alla tournee con i Judas Priest come special guests. La combinazione risultò esplosiva con parecchi screzi tra le due bands, generati soprattutto dall’ incauto Paul Di Anno che divulgò troppo la sua convinzione che i Maiden avrebbero ridicolizzato i Judas.
Steve: “<In termini di pubblicità la tournee fu un successo perché ci diede la possibilità di suonare davanti alle folle che da soli non avremmo potuto raccogliere. Ci sono un sacco di cose di cui non ti rendi conto fino a che non vai in giro come headliner, ora che siamo in grado di capire>” (Sounds 26/07/80).
BEST NEW BAND
“Iron Maiden” fu pubblicato l’ 11 aprile ed entrò immediatamente al numero 4. La stampa si rese conto del fenomeno offertogli e, come accade di solito, cominciò la ricerca di una definizione, di un inquadramento, di una connessione con altri fenomeni musicali. Nella maggioranza dei casi, ci fu un errore di valutazione. Probabilmente in buona fede, si associò l’ heavy metal degli Iron al fenomeno punk, definendolo come una conseguenza di esso. La loro visuale era, ovviamente, ostruita dalla loro ottusa ostinazione a non interessarsi di altro che punk e new wave. Il rigetto di Steve per ogni cosa che era di moda a quel tempo, era noto e la sua onestà non aveva nulla a che vedere con l’ ondata di interesse legata al facile denaro che il bandwagon punk facilmente generava. L’ album ricevette ottime recensioni, suffragate dal fatto che nelle pools di Sounds, i Maiden furono votati numero 4 “best new band”. Purtroppo, l’ album mancava di due cavalli di battaglia della band “bruciati” nella compilation “Metal for Muthas”. Mentre “Wrathchild” fu incluso in “Killers", "Sanctuary", oltre che nell’ edizione americana dell’ album, fu reperibile come singolo (il secondo uscì il 16 maggio).
La copertina generò moltissimi problemi poiché ritraeva Eddie colpevole di aver accoltellato la Thatcher, responsabile, a sua volta, di aver strappato un poster degli Iron Maiden dal muro. Sfortuna volle che proprio in quel periodo membri del partito conservatore fossero andati incontro ad assalti da parte di punks e quello della copertina fu un pretesto per la Thatcher per dare fiato alle trombe. Il 20 maggio, il “Daily Mirror”, uno dei tanti giornali scandalistici inglesi, dedicò un’ indignata pagina al fatto, chiedendosi se si trattasse di un vero omicidio, un portavoce del Primo Ministro giudicò di cattivo gusto la copertina, ma a parte una certa generale indignazione, nulla accadde. Pare infatti che legalmente la posizione dei Maiden fosse solida.
TOP OF THE POPS E LA PRIMA TOURNEE ITALIANA
“Sanctuary” entrò al numero 29, ma Top of the Pops era in sciopero e nessuno dovette ricorrere ad aspirine. Con questo singolo cominciò la sana abitudine della band di inserire qualcosa di fresco, inedito o live, sul retro dei loro 45 giri. In particolare “Drifter” rappresentava un qualcosa di speciale, trattandosi di un brano eseguito nel bis durante il quale Paul Di Anno coinvolgeva sempre il pubblico in un canto “Yoyoyo” “rubato” ai Police. In estate la band continuò la serie di concerti. Il 3, 4, 5 luglio le date al Marquee furono filmate per la ITV per uno special intitolato “New Wave Metal” trasmesso il 17 agosto durante 20th Century Box. In agosto, in occasione del Festival di Reading, la tendenza del momento fu messa sugli scudi e per gli amanti del rock fu un evento da non dimenticare. Per quel che mi riguarda, forse l’ indigestione di Metal più grande della mia vita. Krokus, Gillan, Budgie, Slade, Tigers of Pan Tang, Whitesnake, White Spirit, Angelwitch, Samson, UFO, Sledgehammer, Praying Mantis, Girl, Magnum, Def Leppard, Pat Travers, Iron Maiden, uno sballo. Inutile dirsi, per i Maiden fu un trionfo, un trampolino di lancio per la loro prima tournee europea come supporto dei Kiss.
Vennero anche in Italia e … ci rimasero, nel senso che, dopo le date, con Gene Simmons e soci si fecero una settimana di vacanza al Lido di Jesolo, molestando, quando in preda all’ alcol, vecchiette e portieri d’ albergo. Al ritorno si presentarono due problemi. Quello di trovare un impiego consono alla fama di cui godeva Neal Kay, fu causa persa. Spedito dalla “Soundhouse” fu costretto a portare la sua discoteca in giro per il paese. Il secondo era quello di Dennis Stratton che non era un amante dell’ heavy e contrastava parecchio certi indirizzi musicali della band. Se ne andò (sbattendo la porta) per formare i Lionheart. Il sostituto naturale era Adrian Smith, la cui band, Urchin, non concluse nulla e questa volta accettò l’ incarico senza pensarci su due volte (il secondo in ordine di preferenza era questa volta Phil Collen dei Girl). Il suo affiatamento con Dave Murray era vecchio e collaudato ed il suo inserimento non fu un problema.
La band, tuttavia, a ragione preferì rodare Adrian con una dozzina di concerti in Inghilterra, non ritenendolo pronto per la registrazione del nuovo album che già stava maturando. La tournee fu abbinata alla promozione di un singolo “Women in Uniform”, una cover di un brano degli Sky-Hooks australiani poco noti in Europa. La copertina, in un certo senso, era un po’ riparatoria di quella precedente e ritraeva una vendicativa Thatcher in uniforme nascosta dietro un angolo in attesa di Eddie, raffigurato in dolce compagnia. Raggiunse il numero 39 nelle classifiche, il che significò un altro Top of the Pops. Come la prima volta, il volume fu forzatamente basso e la loro performance uno schifo, mancante anche di Eddie.
Durante quella tournee novembrina, rodies con maschere di Eddie apparivano per la prima volta sul palco dando al mostro una sembianza tridimensionale. L’ anno si concluse con la registrazione di un video, dei veri e pionieri della fattispecie, e l’ entrata in studio per registrare il secondo album: “Killers” con Martin Birch alla produzione. L’ ultimo episodio fu un concerto al Rainbow di Finsbury Park. Lo show fu registrato in video ed a causa di un incidente tecnico, un canale del suono saltò a metà serata. Paul Di Anno alla fine pregò il pubblico di rimanere, in quanto gli Iron Maiden decisero di risuonare i pezzi rovinati. Nessuno degli increduli presenti abbandonò il proprio posto. Un’ apoteosi natalizia del genere fu il perfetto finale di un anno passato quasi tutto in tournee, conquistando l’ Europa ed affermandosi definitivamente in Inghilterra. Per loro c’ era ora il difficile compito di confermare con il secondo album tutto quello che di buono avevano fatto fino a quel momento.
CRISI DI RIGETTO, CAMPAGNE DIFFAMATORIE: MA ARRIVA BRUCE DICKINSON
Il 1981 fu forse l’ anno più travagliato della storia dei Maiden. Si trattava fondamentalmente di quella classica sindrome del secondo album cui vanno incontro tutte quelle bands che hanno registrato un ottimo primo album, fatto di brani collaudati, suonati per lungo tempo dal vivo. La produzione di Will Malone era stata di scarso livello ed il suono risultante era piuttosto grezzo, dando poco risalto alla qualità dei pezzi. L’ energia dei Maiden era però venuta fuori e l’ album aveva venduto più di 60.000 copie, grazie anche alla reputazione live di cui godeva la band. La crisi di rigetto era causata anche da una strana abitudine della stampa inglese, sempre ispirata nel lanciarsi a peso morto in favore di ogni cosa con i crismi del trendy (della moda) ma altrettanto pronta a smontare chiunque, una volta che questi abbiano raggiunto fama e popolarità.
Nel caso specifico c’ erano alcuni punti che la stampa aggredì a spada tratta. “Killers” pubblicato il 9 febbraio ’81, comprendeva sia “Wrathchild” che “Drifter”, due brani tra i più efficaci dal vivo e questo lasciava il fianco scoperto ad accuse del tipo “La band non ha abbastanza canzoni per l’ album”, “Ha raggiunto la fama e la popolarità troppo presto”, oppure “Fa presa sulla popolarità dei concerti per vendere dischi che non ne sono all’ altezza”. Due elementi aggravavano la portata delle accuse: la campagna diffamatoria inscenata da Dennis Stratton e le scarse recensioni del precedente singolo “Women in Uniform”, come già detto, una cover song.
Steve Harris si difese così: “<Il missaggio non era buono, la frequenza della compressione era sbagliata, non c’ era top, il che finì per alterare pure i vocals. Ho dovuto smettere le prove per risolvere personalmente il problema.lo abbiamo ristampato. Alcune delle critiche erano costruttive, ma sicuramente non siamo dei montati. Non ci sono stati brogli per far entrare l’ album in classifica. Non si può obbligare 63.000 persone a comprare l’ album. Il fatto che includiamo pezzi popolari dal vivo non significa che abbiamo problemi a scrivere>”.
Paul Di Anno aggiunse: “<Il nostro suono sta veramente migliorando al momento. Abbiamo il sound che vogliamo e sta andando nella giusta direzione>”.
La realizzazione dell’ album coincise con il Killers World Tour che comprendeva 125 date, incluse USA, Giappone dove la band andava per la prima volta, ovviamente come supporto. L’ album comprendeva “Ides of March” e la tournee britannica aveva come climax un concerto a Londra proprio il 15 di marzo. Fu un successo che non impedì un’ altra ondata di critiche in coincidenza con la pubblicazione del singolo “Twilight Zone”. La copertina ritraeva una ragazza in sottoveste davanti ad uno specchio con Eddie assatanato riflesso in esso. Il testo della canzone era appunto incentrato sul tentativo di Eddie, morto, di comunicare con Charlotte, la sua ragazza nel mondo dei vivi attraverso la sua foto con dedica. La critica vide il tutto come un episodio di gratuito sessismo.
Il singolo raggiunse il numero 31 in classifica. Il tour inglese fu anche il primo contratto ufficiale di Nicko Mc Brain che armeggiava i suoi drumsticks per i Trust, che ai Maiden facevano da supporto. La produzione ed il suono, così come sull’ album, erano migliorati ed il concerto degli Iron Maiden cominciava a prendere le sembianze di quello show professionale che è oggigiorno.
La EMI credeva intanto nella band e ne aveva fatto una priorità in fatto di spese. La presentazione dell’ album alla stampa fu organizzata con un party su una corazzata (la H.M.S. di Belfast); i sobri alla fine furono buttati nel Tamigi, non molti in verità, e pagò un notevole advance per l’ album, cosa che consentì alla band di uscire come headliners in Europa. Trattandosi del primo tour estivo (7 settimane) ci fu parecchia confusione con la band afflitta dal classico dubbio: che giorno è? In che nazione siamo? In quale città suoniamo stasera?
Paul Di Anno, nel bene e nel male, fu il protagonista di questo periodo. Scambiò una città italiana per una francese, ma soprattutto, fu la causa della cancellazione di parte delle date tedesche e di quelle scandinave. Si dice che tutti i nodi vengono al pettine e lo stile di vita di Paul arrivò alla resa dei conti. Si disse che Paul vivesse in pieno il rock’n’roll con tutte le sue trappole e tutti gli stravizi. Tutta la band può elencare situazioni in cui il controllo fisico e mentale è andato un po’ a puttane per eccesso di libagioni, ma i cantanti hanno lo strumento insito in loro. Non possono pertanto esagerare in fumo, alcol e notti in bianco. Perse la voce e il suo stato portò alla cancellazione di 8 concerti. Non credo che Rod Smallwood abbia stappato bottiglie di champagne all’ idea delle penalità pagate per l’ annullamento di quelle date. Inoltre, l’ entourage degli Iron Maiden ha sempre fatto della immunità delle droghe una specie di crociata all’ interno del suo sistema. L’ umore di Paul era intanto tanto instabile da creare qualche attrito di troppo all’ interno della band. Le date in Giappone attenuarono un po’ questa tensione rampante. Il volo per Tokyo si trasformò in una drinking session continua e al loro arrivo, oltre all’ ubriachezza e al jet-lagging, furono oggetto di esuberanti attenzioni da parte delle fans. La loro popolarità (tutti i concerti erano sold out) rasentò la Beatles-mania degli anni sessanta e la band fu continuamente pedinata da un’ orda di ragazzine con gli occhi a mandorla in cerca di affetto …
In questa tournee fu registrato il famoso EP “Maiden in Japan”, una specie di vinile commemorativa della loro prima visita nel paese del Sol Levante. Purtroppo la voce di Paul non era migliorata di molto e la sua qualità sul disco lascia piuttosto a desiderare. Poi la band andò da Tokyo a Los Angeles per la sua prima tournee americana. La band principale erano vecchi amici: i Judas Priest. Gli screzi dell’ anno prima erano stati messi da parte e tutto filò liscio. La politica della band negli USA fu quella orientata a creare un forte seguito underground basato su concerti, generato dal fatto che i Maiden sono sempre stati troppo “heavy” per ottenere la “heavy rotation” che è necessaria per vendere dischi a profusione. Come detto in altre occasioni, la loro popolarità si basa soprattutto sul forte impatto live e solo in un’ occasione non troppo fortunata provarono a pubblicare un singolo (“Flight of Icarus”). È certo che la musica degli Iron è più appetibile ora per le radio di quanto non lo fosse in passato ed il loro airplay va oltre le radio FM dei college. Lì MTV è un altro caso, quasi cronico, non c’ è soluzione. Non si tratta comunque di un compromesso musicale cui i Maiden sono tutt’ ora avversi fermamente, quanto piuttosto di una maggiore raffinatezza compositiva e tecnica accompagnata da un miglioramento sensibile in fase di produzione. I temi da ragazzo di strada dell’ East End hanno fatto spazio a vicende sempre più epiche. Da “Genghis Khan" ad “Alexander the Great” passando per “Rime of the Ancient Mariner” ci sono ben più di cinque anni di storia musicale.
Tornando agli USA, qualche risultato fu ottenuto raggranellando 200.000 copie vendute ed un 78 posto sulla classifica di Billboard, picco di una permanenza nelle charts durata 17 settimane. In Canada il disco andò gold e questo gli consentì di suonare in una serie di club nelle più grandi città del paese. La tournee fu, a giudicare dalle dichiarazioni del tempo, assai stressante poiché molti trasferimenti per le distanze brevi (entro i 500 Km) furono fatti in auto e non si trattava di percorsi esattamente riposanti: una serie di incidenti dovuti a stanchezza, convinse infine Rod Smallwood a sborsare un po’ di soldi. La sua nota “limitazione alle spese” gli ha da allora procurato il soprannome di “Smallwallet” (portafoglio piccolo). La tournee si spostò ancora negli States con varie band inglesi di supporto (Withesnake e Humble Pie) ed un co-headlining con UFO in California.
In America il fenomeno Metal non era ancora scoppiato. USA ed Inghilterra fanno sempre a ping pong e gli alti e bassi del rock nei due paesi sono sempre complementari. Il pubblico Maiden non era la legione semi glam che governa Los Angeles di quei tempi, ma pare si trattasse di pazzi scatenati pieni di tatuaggi di Eddie nelle più svariate parti del corpo infiltrati tra kids che avevano prontamente recepito il messaggio degli Iron anche attraverso l’ oceano. Per l’ aere, più che per il mare, giunsero alle orecchie della band voci sul licenziamento di Paul Di Anno. Il tutto aveva il sapore di un pettegolezzo, ma quando vidi la band suonare una serie di festivals estivi in Germania, ebbi l’ impressione dall’ atteggiamento distaccato di Steve Harris che il distacco nei confronti di Paul fosse già marcato.
Le date tedesche (24-26 agosto) precedettero di pochi giorni il festival di Reading. Gli Iron erano in Scandinavia, ma il secondo giorno di quel weekend si esibirono i Samson. Tra il pubblico interessato spettatore Rod Smallwood che, si saprà poi, aveva appena comunicato a Bruce Dickinson (Bruce Bruce da un romanzo di Monty Python) il suo passaggio agli Iron Maiden. Il nostro eroe celebrò con un secchiello pieno di champagne, ma ai più sembrò l’ eccessiva euforia per un concerto ben riuscito, la band era ancora in Scandinavia ed il tutto ebbe l’ impressione di una congiura di palazzo. Bruce si affiatò subito, imparando a tempo di record tutto il set, gli fu però impedito di scrivere materiale per la nuova band per motivi legali, avendo rotto un contratto con il publishing dei Samson e per effetto del fallimento della Gem Records. Inserire un cantante nella band è compito un po’ più arduo che non cambiare un chitarrista ed il management non volle rischiare a questo punto della carriera un tour inglese.
Vennero così in Italia, dove al solito l’ informazione giornalistica era più scarsa dei goal subiti dal Como e nessuno sapeva quasi che Paul Di Anno se n’ era andato. Superato il primo momento di genuina sorpresa, il pubblico accettò Bruce come lo conoscesse da sempre. In effetti, nessuno accorse alla tournee dei Samson in Italia nel ’79 e fu come se quella fosse la sua prima apparizione assoluta. In Inghilterra ci furono due concerti prima di Natale, una ciliegina sulla torta di un anno che, pur tra difficoltà, fu positivamente in crescita.
NUMBER OF THE BEAST: UNA PIETRA MILIARE NELLA STORIA DEGLI IRON MAIDEN
Superati gli orali, Bruce Dickinson dovette superare la prova in studio. La sua voce non era altrettanto potente quanto quella di Paul Di Anno e la sua presenza sul palco non si avvicinava alla furia del primo, ma il suo arrivo negli Iron Maiden fu una ventata di freschezza insperabile. L’ album che la band registrò in febbraio fu forse il lavoro più perfetto fino ad ora prodotto. Da un lato la voce di Bruce diversa da quella dei tempi con i Samson, dall’ altra lo svilupparsi della predilezione di Steve Harris per temi tratti da film o fatti storici resero “Number of the Beast” una pietra miliare nella storia degli Iron Maiden. Come gli indiani nel video “Run to the Hills” l’ attacco frontale mise in fuga ogni nemico e si tradusse in un successo su tutto il fronte. L’ album andò al numero 1 in Inghilterra e vi rimase una seconda settimana (a riprova che le combine sono solo nella testa di certi giornalisti maliziosi). “Run to the Hills”, il primo singolo entrò nei top 10 al settimo posto. Fu molto popolare anche in USA perché ha molta melodia nei vocals, e questo piace molto agli americani in fatto di musica. “<La gente ci avvicina spesso chiedendoci: quando pubblicate un disco per la radio e noi replichiamo non lo faremo mai, non faremo compromessi, cambieremo il tipo di rotazione delle radio>” (Bruce Dickinson).
Il video di questa canzone era estremamente divertente alternando riprese live della band con scene tratte da una comica di Buster Keaton (mai presente tuttavia per questioni di copyright). La velocità del pezzo era sincronizzata meravigliosamente con quella del filmato e fece presa su fasce di pubblico mai toccate fino ad allora, vendendo 125.000 copie in Inghilterra, quasi 45.000 in più del solito per un singolo dei Maiden. Fu mostrato anche alla MTV in USA e servì a promuovere la band per il suo primo lungo tour negli States. Ricordo come la voce di Bruce mi sorprese in positivo. A riguardo lui stesso mi ha detto “<Era questione di velocità, con Clive tutto era troppo fast. Nei Samson avevo uno spazio per la mia voce che in quell’ album non avevo più. Martin Birch cercò di fare degli studi sulla mia voce e provò alcune tecniche nuove. “Number of the Beast” era molto frutto di lavoro in studio, pieno di trucchi, echi e un sacco di sovraincisione. In “Piece…” e “Powerslave” abbiamo registrato tutto live. Ecco perché la mia voce ora è uguale a quella dei concerti ed a quella del periodo con i Samson, quando si lavorava in studio praticamente dal vivo. Ora sono molto più soddisfatto della mia voce>”.
Altro elemento positivo fu il lavoro di Derek Riggs, sia sulla copertina dell’ album, sia in fase compositiva che in campo grafico, si andò un po’ oltre i limiti coinvolgendo un po’ troppo il demonio. Eddie che combatte con lui, che lo manovra come un burattino, Eddie che si trasforma in demonio. La canzone “Number of the Beast” era ispirata ad un film dell’ orrore (Omen II), facente parte di una trilogia piuttosto azzeccata liberamente tratta da un pezzo del libro “Revelations” (della Bibbia) dove si fa riferimento al diavolo come reincarnazione in un essere umano, una bestia in verità, marcato con il numero 666 sotto il cuoio capelluto.
SATANISMO, NOTTI UBRIACANTI, TOPLESS BAR E UN EPICO CONCERTO USA
I film, soprattutto il primo, erano da incubo e forse la canzone degli Iron irritò gente che aveva già perso in precedenza il sonno. Fatto strano ma vero, questo riferimento abbastanza lampante al demonio fu abbinato ad una serie di eventi strani accaduti nello studio in fase di registrazione, quali luci che saltavano, impianti di registrazione mal funzionanti senza motivo, amplificatori che mandavano fuori strani rumori. Dallo studio al mercato statunitense il passo fu breve. Gli americani sembravano handicappati nel trovare la linea di separazione tra fantasia e realtà (troppi telefilm?) e trovano, quasi non avessero altro da fare, motivi di preoccupazione nel numero 666 od in “Children of the Damned” viste in certi ambienti religiosi, o pseudo tali, come malsane invenzioni di menti albergate dal demonio. In altre aree fu descritto come qualcosa di epico, sia nella struttura che nel suono e fu da molti paragonato a “Deep Purple in Rock”. Martin Birch disse di avere lo stesso feeling per “Number” di quando produsse il popolare album dei Deep Purple.
Oltre ai brani già citati, merita una menzione “Halloweed Be Thy Name”, un classico brano Maiden fatto di tanti strati sovrapposti, percorsi da repentini cambi di ritmo, quasi una continuazione ideale di quel capolavoro che fu sull’ album d’ esordio “Phantom of the Opera”. “22, Acacia Avenue” era la seconda parte della storia di “Charlotte the Harlot”, mentre “The Prisoner” era ispirato ad una serie televisiva che fu trasmessa anche in Italia negli anni settanta. Eddie intanto, aveva assunto sempre più un aspetto tridimensionale, non era più solo un tatuaggio sulle braccia della gente, ma più di un fan aveva costruito copie del mostro anche alte 10 metri nel giardino di casa, migliorando così i rapporti con i vicini già preoccupati della musica sparata nella maggior parte dei casi a tutto volume. Eddie apparve anche in TV in Inghilterra nel “Tiswas” un programma per bambini del sabato mattina.
Oltre alla BBC, un altro fu quello dell’ NME (storicamente anti-metal) che, oltre a non ridicolarizzarli come nelle prime intenzioni, dedicò loro la copertina. The Beast on the Road ’82 toccò i 18 paesi e comprese 180 shows. Solo 3 date in Francia furono annullate per una infezione alla gola contratta da Bruce. Nelle rimanenti date francesi, una ricorrenza: i Trust come gruppo di spalla.
Prima della visita negli States (maggio), fu pubblicato il secondo singolo “Number of the Beast” che fu Top 20 in Inghilterra. L’ album, intanto, arrivò al numero 33 nelle classifiche di Billboard e la tournee che seguì negli States fu una di quelle memorabili.
“<Fu un continuo parti dall’ inizio alla fine … arrivammo in Giappone che non eravamo più noi stessi>”, ricorda Bruce. Essere in tour con i 38 Special è certamente un’ esperienza … dimenticabile, perché la memoria sotto l’ effetto di due bottiglie di Jack Daniels a sera tende a vacillare un tantino. Erano più le notti in cui erano ubriachi che quelle in cui andavano a letto da bravi bambini. La loro fama di bevitori aumentò, così come quella di donnaioli con Dave Murray sugli scudi. Per Bruce era il primo tour americano e fu vissuto in pieno stile, si fa per dire, dell’ East End. Oltre agli episodi di passaggi ad altre dimensioni (ubriachezza soporifera) con conseguenti recuperi in “zona Cesarini” per riuscire a prendere un aereo od il tour bus per il concerto successivo, la band si dedicò con assidua tenacia alla visita di topless bar alla ricerca di procaci texane. Nostalgia di casa …
la tournee fu un’ escalation continua e così la stessa settimana in cui l’ album andò al numero 1 in Inghilterra, i Maiden si trovarono a spingere un ostinato e scassato tour bus sulle strade della Francia, la band non era ancora consapevole di quanto importante fosse diventata. Gli Iron Maiden erano delle stars e non sapevano di esserlo. Quello spirito che li animava, quello spirito tanto sbandierato da Paul Di Anno nei primi giorni, non era effettivamente cambiato.
“<È strano – dice Steve – ancora mi piacciono tutte quelle bands che ci hanno influenzato ed ancora pagherei per andare a vederle, ma mi sorprende l’ essere capace di incontrarli sullo stesso piano, da musicista più che da fan. Penso che sia questo il motivo per cui i kids si identifichino con i Maiden così tanto e perché noi ci identifichiamo in loro. Pensano che se lo possiamo fare noi, così lo possono loro>”.
Con gli Scorpions suonarono in California davanti a 75.000 persone. Ma quando nell’ estate fecero da headliners della seconda serata del festival di Reading, tutta la sicurezza che l’ esperienza americana avrebbe dovuto incutere loro, fu spazzata via come un colpo di spugna. Il nervosismo della band era palpabile. Mai avevano suonato ad un festival in casa loro. In quell’ occasione si parlò di una strana manovra politica,tesa a rendere meno acerrima la competizione sul palco tra Maiden e Blackfoot, che già avevano fatto da supporto nella tournee inglese di febbraio e che avevano da allora avvicinato più di un proselito. Pur essendo i Blackfoot “special guests” della giornata, non fu assegnato loro il secondo gradino, ma bensì il terzo, mettendo al secondo i Tygers of Pan Tang, inferiori nella classe e nel tempo (45’ scarsi).
Non credo si sia trattato di un dispetto, poiché tra le due band non c’ era stato alcun diverbio precedente, ma solo un modo per mettere in risalto lo show degli Iron ed attenuare la tensione regnante nel loro campo. A riprova di ciò i Blackfoot andarono sul palco durante il bis degli Iron Maiden mandando in visibilio 25.000 fans.
Sul palco ci fu ogni sorta di problemi con Dave costretto spesso a suonare con la testa “infilata” nel monitor per sentire la sua stessa chitarra. “<Quando torni in Inghilterra ti sembra di essere tornato tra gente normale, con cui puoi comunicare, che reagisce. Gli americani sono così difficili da smuovere>” ( Bruce Dickinson).
“<Maiden è un modo di pensare. È aggressività, è divertimento. E credo che la gente a Reading si sia divertita>” (Steve Harris).
Il pubblico non si accorge dei problemi tecnici, quasi rapito ed inebriato oltre che dalla birra corsa a fiumi, dalla vista dei loro beniamini. Tornati in USA, suonarono un epico concerto al Madison Square Garden di New York, come supporto dei Judas Priest, proprio tre anni dopo il concerto quando i rappresentanti della EMI furono invitati a visionare gli Iron allo Swan di Hammersmith. Dall’ East End al Madison Square Garden, il sogno si era trasformato in realtà. Con il Natale arrivò anche una breve pausa di tre settimane e, mentre Rod Smallwood pranzava a casa di Bruce, si preparavano i preamboli per la terza sostituzione in casa Maiden. Clive Burr non passò un bel Natale.
LA BBC RIFIUTA IL VIDEO CON LA CARICA SANGUINOSA DI CAVALLERIA
In pratica, la notizia del suo licenziamento gli fu data tra Natale e Capodanno, ma la cosa era nell’ aria da un po’. L’ amicizia con Nicko Mc Brain era cementata da un po’ e sicuramente i segni di un possibile avvicinamento erano apparenti a più di un membro dell’ entourage. Come per Paul Di Anno, si trattò soprattutto di motivi personali, legati anche in questo caso all’ abuso di droghe pesanti. “<La cosa è andata avanti a lungo e man mano che andavamo in tournee si aggravava sempre più influenzando negativamente il suo lavoro alla batteria>” (Bruce).
Ma i motivi erano anche tecnici. “<Il tempo era troppo veloce ed irregolare, soprattutto dal vivo. Tutto era troppo confuso, sembrava speed metal. Steve non riusciva a suonare la sua parte a dovere. Gli abbiamo detto di cercare di mantenere la velocità costante e ha cominciato a credere che ce l’ avessimo con lui e che non fosse un problema tecnico. Si arrivò al punto che non parlava con nessuno e faceva continuamente la vittima di un inesistente complotto>” (Bruce).
Il lungo rapporto non poteva sfociare in un diverbio e la band rimpiazzò Clive augurandogli buona fortuna su “Piece of Mind”. Nicko sembrava tagliato alla perfezione per il suo posto, con lui il suono della band subì un certo cambio di rotazione, rallentando un po’, arrotondandosi. Un’ esame comparativo dei brani originalmente di Clive (“Halloweed Be Thy Name” per esempio), mostra più che un rallentamento della band, un numero inferiore di battiti in una stessa partitura. La perdita di colpi è più evidente nelle rullate che Nicko sembra non riuscire a finire. Probabilmente il rallentamento degli Iron è dovuto ad un tentativo poco velato di adattare il pestare di Nicko e la voce di Bruce (troppo manipolata da Martin Birch e compressa da Clive Burr in “Number”) alla musica modificata ad arte. È un fatto che, una volta raggiunta una certa stabilità in fatto di produzione (Martin Birch era abbastanza collaudato) si può lavorare su certe direttive o sfumature con più dedizione facendo tutti contenti. È altresì da notare che con “Piece of Mind” entra nella lista dei compositori delle canzoni degli Iron, anche Bruce, finalmente libero dalle beghe legali.
Il lavoro di preparazione si svolse nell’ isola di Jersey, essendo il luogo esente da tasse britanniche, ha un prezzo della birra molto basso tra le altre cose, ed è un luogo per meditare … Tutte le scuse sono buone per passare 5 settimane in isolamento a comporre. Una sana abitudine degli Iron Maiden è quella di scrivere le canzoni prima di entrare in studio, onde evitare inutili sprechi di tempo costoso. Che sia una filosofia di vita ispirata da Rod Smallwallet? Si sa, tuttavia, che Steve Harris, preferisce scrivere canzoni in solitudine, (in merito Jersey è il luogo ideale) mentre Adrian Smith e Bruce Dickinson prediligono il rumore dello studio di registrazione nel quale improvvisano sparando via di chitarra e di ugola a tutto volume. E Dave Murray e Nicko Mc Brain? Si dice di Dave che scriva canzoni decenti ogni tre anni, mentre Nicko, beh, non so, ma la sua firma è ancora più rara. Per loro, e soprattutto per gli altri tre, fanatici fino al midollo, lo studio fu munito di Space Invaders, Ping pong, biliardo e cerchio per le freccette. Lo studio era perso in mezzo al nulla e ci voleva un po’ di divertimento, no? I più contenti pare siano stati gli off-license (spacci di alcolici) ed i negozi che vendevano videos che, si dice, abbiano incrementato sensibilmente il giro d’ affari in quel periodo.
Martin Birch arrivò a prendere contatto con i nuovi pezzi solo dieci giorni prima che la band si trasferisse a Nassau (Compass Point il nome dello studio) nelle Bahamas. Tutto questo, in termini strettamente economici, si traduceva in una ricchezza (propria o finanziata dalla EMI, o, forse, tutte e due) ed una promettente prospettiva per il futuro soprattutto negli USA dove certe spese in fatto di conforts si traducono inequivocabilmente in vantaggi pratici nella resa sul palco. Nelle Bahamas, le riserve di birra ed affini, trovarono ben presto feroci assalitori, paese che vai, bar che trovi. Gli Iron Maiden sono, per la birra, dei rabdomanti professionali e vien da chiedere talvolta, come facciano a registrare dischi con tanto alcol in corpo. Ciononostante, “Piece of Mind” fu pubblicato il 16 maggio ed entrò in classifica al numero 3. in un certo senso, il risultato fu deludente perché “Number” arrivò al primo posto, ma questo mezzo passo falso fu provocato dal responso al loro primo singolo tratto da “Piece”. “Flight of Icarus” era piuttosto commerciale per i loro standards. A posteriori si può arguire che il prodotto fosse tagliato appositamente per spianare un po’ la strada sul fronte americano dove la band faceva da headliner per la prima volta rischiando di tasca propria.
Come precedentemente accennato, “Flight of Icarus” non avvicinò neanche lontanamente le più rosee speranze nei confronti delle classifiche negli USA e finì per influenzare anche il mercato britannico che, per fortuna, era abbastanza solido, così da assorbire il contraccolpo in bellezza.
Più che un morbido interessamento al demonio, gli Iron Maiden si sono sempre dedicati con certosina costanza a prendere in giro persone e situazioni ridicole. Se anche le canzoni sembrano compiacenti tributi a belzebù, non si deve prenderle sul serio a meno che già non si sia convinti che uno spettacolo di Alice Cooper sia un’ offesa al pudore, nel qual caso, tutto è concesso. L’ esempio più evidente sull’ argomento venne dalla copertina dell’ album, dove Bruce ispirato ancora una volta dall’ orrifico “The Omen” ( il terzo episodio questa volta) decise di inserire un’ altra fase tratta dal libro della Rivelazione, cambiando però una parola. “And God shall wipe away all tears from their eyes and there shall be no more dead neither sorrow or crying. Neither shall there be any more brain”. “Pain” (dolore) divenne “Brain” (cervello), incidentalmente anche il cognome del loro batterista, rendendo assolutamente sconclusionata tutta la fase e mandando in tilt i denigratori religiosi americani che dimostrarono la loro ottusità e l’ avversione versi la band per partito preso.
Nessuno capì la differenza tra la frase originale e quello che era scritto sull’ album, rendendosi assolutamente ridicoli. Tanto per rincarare la dose, l’ album fu corredato da un messaggio nascosto o meglio, ascoltabile facendo andare il disco alla rovescia, si tratta di un nascondiglio classico per riferimenti al demonio, se non che la frase era una dichiarazione di Idi Amin, innocua e pura.
Tornando al fronte dei singoli “Flight of Icarus” raggiunse il numero 11 in classifica e fu un buco solo in USA. L’ album vendette molto di più di “Number”, pestando senza ritegno tutte le critiche che il singolo aveva generato. “The Trooper” fu il secondo singolo 45 giri e raggiunse il Top 20 in classifica, per il video fu usata una sanguinolenta carica di cavalleria tratta da “Die with your Boots on”, un film di Errol Flynn. Non ci furono problemi di copyright in questo caso, ma la BBC si rifiutò do mostrare il video, sebbene il film avesse trovato posto nel palinsesto proprio in quel periodo.
“PIECE OF MIND”, L’ INNO NAZIONALE MAIDEN E “IL PIÙ FORTE METAL SHOW SULLA TERRA”
Quello del copyright è un altro punto fermo della strategia degli Iron Maiden. I diritti d’ autore sono stati messi su ognuno dei loro elementi caratteristici: il logo ed Eddie. Il management è sempre pronto a dare fiato alle trombe ogni qualvolta si infrangono le loro regole e non pensano mai più di una volta prima di fare causa agli eventuali trasgressori. Da tempo, la campagna contro i venditori di magliette non autorizzate. Il gesto, oltre a difendere gli introiti derivati dal “merchandisihg” che per molte bands sono l’ unico vero introiti durante le tournee, aveva lo scopo di garantire ai propri fans un prodotto di qualità. Mettendo il copyright su Eddie, che compare sul 99% delle magliette, gli Iron Maiden si garantirono le basi legali per poter sguinzagliare polizia e avvocati sulle piste dei pirati.
Se il copyright diventa un problema per gli altri, per la band ed il manager di grattacapi dovuti al ricorso continuo a scene da film per videos e riferimenti a libro, oltre che alla mitologia, per i testi ed i titoli delle canzoni ce n’ è stato più di uno. Non fu difficile ottenere il permesso di usare la voce di Patrick Mc Goohan, dall’ interessato stesso per “The Prisoner” di “Number of the Beast”, così come non fu difficile in “Piece of Mind” intitolare una canzone “Quest of Fire” tratta dal film omonimo “La guerra del fuoco”. Il problema sorse quando la band decise di intitolare una canzone “Dune”. Il testo era pure, oltre che complesso, direttamente derivato dal libro di Frank Herbert: Steve Harris voleva usare un’ introduzione parlata tratta da esso e, pertanto, necessitava dell’ assenso dell’ autore. Tramite il suo agente, Frank fece sapere di non amare la musica rock e di non volere essere associato ad una di esse, particolarmente agli Iron Maiden. “<È un peccato perché non accarezzò nemmeno l’ idea di ascoltare la canzone o leggere il testo. Ha dato per certo che essendo una rock band eravamo un branco di idioti, il che è segno di atteggiamento ottuso da parte sua>”, disse Rod Smallwood. Il brano fu intitolato “To Tame to Land” e chiudeva l’ album. A riguardo, Bruce Dickinson dichiarò a Sounds: “<Le idee di molta gente sono ispirate da qualcosa e la letteratura è certamente un po’ più interessante come spunto della “scoperta che ti sei fatto la sera prima” o cose del genere. Credo che la gente sia stufa di sentire testi semi-pornografici. È il tipo di cosa che devi fare in un certo modo come faceva Bon Scott, e noi non siamo quel tipo di band>”.
Pur non essendo così heavy come i lavori precedenti, l’ album fu votato numero 1 nelle classifiche di Kerrang di fine anno. Sempre nelle stesse charts “Number of the Beast” si piazzò secondo, davanti a giganti come “Pyromania” e varie pietre miliari degli “AC/DC”. Nel cuore dei fans, gli Iron Maiden avevano un posto comodo e sicuro. Il tour cominciò in Inghilterra il 2 maggio e vide Bruce Dickinson fare un timido tentativo alla chitarra durante “Revelations”, una canzone melodica rispetto alla media scritta da lui, che nel set sostituiva l’ atmosfera di “Children of the Damned” (successivamente ripescata e compresa anche nel doppio “Live after Death”). È interessante notare come il coro “Yoyoyo” di “Drifter” (allora ancora in scaletta) fu in quel periodo dichiarato dal fan club degli Iron Maiden “Inno Nazionale Maiden”. Fu durante questo tour che cominciò la storia calcistica dell’ Iron Maiden FC, o Sanctuary FC che dir si voglia. Lo scontro clou della stagione fu contro i Ralnbow a Copenhagen il 6 giugno. Risultato finale 5-4 per gli Iron. Ritchie Blackmore non si divertì nel frangente.
Sempre nello stesso mese ebbe inizio il primo tour americano da headliners. Andarono direttamente a suonare negli stadi e le arene rischiando un po’, ma risultando gratificati dal livello di vendite. “Piece of Mind” ascese ben presto al numero 14 in classifica e andò “gold” alla decima settimana e restò nelle charts (Top 200) per 43 settimane. Il tour fu un successo e la band, autosufficiente al punto da permettersi un impianto suono e luci proprie, invece del solito noleggio da P.A. company o da altre bands non in tournee in quel momento. Per quella tournee furono usati Saxon come “special guests” e Fastway. Alla media di 14/15.000 persone a sera, il treno del British metal conquistò Texas, California e Mid West. Durante il concerto di Louisville, Kentucky, l’ ultimo dei Saxon, ci fu il classico scherzo della support band verso quella principale. Biff e soci saltarono sul palco vestiti da prostitute durante “22, Acacia Avenue” cercando di baciare la band. Un brusco movimento di Bruce mandò Biff a gambe levate in mezzo al pubblico, assicurandogli una figuraccia da non poco. Sempre in quel tour, la band si esibì al Madison Square Garden, facendo anche lì il sold out (18.000) persone).
In tema di magliette, per un fan degli Iron, la collezione del tour americano è una vera leccornia. Molte date avevano disegni speciali, quella di New York rappresentava la statua della libertà lobotomizzata come Eddie sulla copertina dell‘ album e, sullo sfondo, il Madison Square Garden ed il disegno di “The Trooper”. Un episodio curioso accadde a Filadelfia, dove nel tentativo di segnalare a Nicko di estendere il proprio assolo, Steve mandò il suo roadie che non sapeva come segnalare la cosa a Nicko. Si sbracciò e urlò molto, ma non riuscì nell’ intento, distraendo però Nicko al punto tale da fargli sbagliare l’ assolo. Durante la litigata successiva con Steve, si sentì pronunciare la frase “I didn’ t know he was on a mission from Harry”. L’ episodio, registrato da Bruce sul suo walkman, fu ispirazione per un brano incluso come B-side nel 12’’ di “Two Minutes to Midnight”. L’ anno finì con date in Europa che culminarono con il Rock Pop Festival di Dortmund, il 17 e 18 dicembre. Fu definito il più grosso metal show della terra e gli Iron Maiden facevano da headliners di un programma che comprendeva Ozzy Osbourne, Judas Priest, Scorpions, Def Leppard, Quiet Riot e MSG. A corollare gli Iron giocarono una partita di calcio contro i Def Leppard (arricchiti dalla loro crew) e li demolirono per 4-2.
In sostanza l’ 83 fu un anno molto positivo per gli Iron Maiden … Partite disputate: 2. Vinte: 2. Pareggiate: 0. Perse: 0. Goal fatti: 9. Goal subiti: 6. Nicko Mc Brain sarà un ottimo batterista ma come portiere non vale una cicca.
WORLD SLAVERY: UN TOUR FARAONICO CON 300 CONCERTI E 28 NAZIONI
Un anno tutto sommato tranquillo per i primi 6 mesi. La band ha optato, di concerto con Rod Smallwood, una pausa un po’ più lunga del solito. Per una volta tanto, ognuno per conto suo in vacanza. Le tournee hanno cominciato a diventare estenuanti e la stanchezza si fa sentire (il “Piece of Mind Tour” durò solo 8 mesi perché fu presa una decisione di finire entro Natale). Proprio per questo motivo alcune dichiarazioni di Steve Harris furono mal interpretate e cominciò a diffondersi la voce che la band stava considerando l’ idea di smetterla con i concerti. La nascita della figlia di Steve dava ulteriore spinta a queste supposizioni, suggerendo che “Harry” fosse preoccupato per la moglie ed avesse il desiderio di una vita più casalinga.
I pettegolezzi della stampa inglese toccarono anche la stabilità della band. Fino ad ora ogni album era stato registrato da formazioni diverse e c’ era chi era pronto a giurare che ci sarebbe stato un altro cambio prima della registrazione dell’ album successivo. L’ elemento in partenza sarebbe stato Dave Murray, che le malelingue davano per stanco, stressato e desideroso di smetterla con le tournee. Sempre secondo la stampa, Rod Smallwood sarebbe intervenuto con pugno di ferro costringendo con le buone Dave a rimanere. Nulla di tutto ciò ha ottenuto una seppur vaga conferma ufficiale e rimarrà nel novero delle voci di corridoio. La vacanza è durata un mede. Dave è andato in Egitto (niente a che vedere con il tema dell’ art wock di “Powerslawe”). Nicko si è dedicato alla pesca, Bruce ha distrutto automobili. Adrian era stato in Irlanda, mentre Steve come detto, si era dedicato ad accudire vicende familiari. La fase di registrazione dell’ album è ormai diventata una routine, con un mese di isolamento per scrivere i pezzi, l’ arrivo di Martin Birch, il trasferimento al Compass Point nelle Bahamas, l’ arrivo di Derek Riggs per preparare l’ artwork. La routine potrebbe portare ad una ripetitività compositiva, invece “Powerslave”, il nuovo album è un passo avanti.
Innanzi tutto, a livello statistico, è il primo album che annovera la stessa formazione del precedente, estendendo di un altro capitolo la positiva collaborazione che aveva creato “Piece of Mind”. Di base è un lavoro fatto senza le pressioni cui la band era stata sottoposta in precedenza. “2 Minutes to Midnight”, “Aces High” i 45 giri, sono brani feroci, aggressivi, senza compromessi, infarciti da una produzione superlativa ed una pulizia di suono che marcarono “Powerslave” come un prodotto heavy degli anni 80. a mio parere la storia degli Iron Maiden lascia impronte indelebili e prodotti alternati. “Iron Maiden”, “Number of the Beast”, “Powerslave”, “Somewhere in Time”, sono pietre miliari nella storia della band e dell’ hard rock in generale, mentre “Killers”, “Piece of Mind”, e, ovviamente, “Live After Death" sono fatti transitori, non completamente perfetti per una ragione o per l’ altra.
È indubbio che ogni band con una storia radicata nella seconda metà degli anni settanta, abbia risentito di qualche “spiffero” punk. Le strutture complesse, i brani lunghi e ricchi di atmosfere, sono da sempre stati una caratteristica del suono degli Iron Maiden, ma i primi lavori erano percorsi da un fremito nervoso, un’ urgenza smaniosa, che si è stemperata nel tempo senza ricorrere e trucchi per conquistare fette di pubblico nuove, senza rallentare drasticamente la velocità delle canzoni. Oltre ad un lavoro di studio, c’ è un’ evoluzione di stile che partendo da un suono base riconoscibile, passa attraverso una continua infiltrazione di melodia spinta, non gettata, dalle mani veloci dei chitarristi. È un rapporto testi-musica naturale e completo con Dave e Adrian a fornire nella maggioranza dei casi, l’ elemento che determina la suggestione della melodia, la sensazione ritmica che strapazza con la violenza di sempre, ma in modo un po’ più subdolo e mascherato. Quest’ intreccio di elementi diversi si fonde, aggredisce nel suo incedere, si ferma, sospende l’ azione per un po’, poi riprende più feroce di prima nella sua morsa fatale. Se gli Iron Maiden non fossero una band di heavy metal, probabilmente annoverebbero nel loro repertorio un concept album, progetto però ormai un po’ stantio ed, in taluni casi, pesante da digerire. La tendenza in questo caso è, comunque, simile. Ne è conferma la durata dei loro album, passata dai 38, 39 minuti nei primi, ai 45 minuti di “Piece of Mind”, ai 51 di “Powerslave” e “Somewhere”. Aumenta, di conseguenza, ma non necessariamente, la lunghezza media dei brani con punte anche di 13 minuti. Si tratta sicuramente di una necessità per mostrare completamente lo sviluppo di certi temi sia musicali che lirici.
Sotto il profilo ispirativo gli Iron Maiden sviluppano livelli culturali sempre più elevati, ricorrendo con maggiore frequenza a temi storici od a spunti letterari. In questo caso l’ arrivo di Bruce Dickinson ha svolto un ruolo sicuramente determinante. Bruce legge molto ed è laureato in storia, il suo interesse, unito a quello di Steve per la mitologia antica, danno ai testi degli Iron una angolazione diversa dalla media. La varietà dei temi è anche aumentata dalle idee tratte da film e serie televisive. È un misto di fantasia, realtà, antico e passato che fa viaggiare in una dimensione un po’ irreale e suggestiva. Il rapporto idilliaco tra testi e musica, ha portato ad una sempre maggiore complessità ed ad una difficoltà nella comprensione immediata di un disco degli Iron Maiden. È necessario un ascolto ponderato e ripetuto per penetrare il mondo musicale degli Iron Maiden di oggi, un mondo dove ritornelli facili ed orecchiabili sono pochi perché le loro canzoni raramente si mangiano la coda con motivi ripetuti e reiterati. La melodia è frutto di strumenti suonati con perizia ed ispirazione, ed è questo che fa la differenza fra i grandi gruppi rock (al primo posto in questa lista i Thin Lizzy) e quelli mediocri.
Il duetto di chitarre è un grande strumento distruttivo, ma può essere anche una trappola mortale se non utilizzato a dovere. Se agli albori, però i concerti … aggiungevano solo una dose di energia in più a motivi già inizialmente vigorosi, gli shows oggi portano tutto in una dimensione nuova, più potente, meno suggestiva forse, rispetto alla vinile, ma altrettanto trascinante.
UNO STROBOSCOPIO DI COLORI
La musica degli Iron Maiden è sempre più un caleidoscopio di colori, un prodotto in evoluzione. “Powerslave” alterna l’ energia dei singoli alle atmosfere marine di “Rime” al pressante incedere di “Powerslave”. Il brano più audace dell’ album è sicuramente “Rime of the Ancient Mariner”, ispirato ad un poema di Samuel T. Coleridge, mentre un ottimo singolo potrebbe essere “The Duellist”, esso pure ispirato da un film (tratto da un libro di J. Conzad). La mano di Bruce, che ha scritto “Rime”, tira di scherma ed ha fornito alla band un libro dal titolo “Storia Illustrata d’ Egitto”, è sempre più presente. Il riferimento all’ Egitto è diretto in Powerslave” un viaggio tra i misteri delle piramidi, silenziose e pulsanti di tenebrosa storia, spinti da divinità (Horus) e faraoni mummificati. Dalla mitologia alla realtà: il “World Slavery Tour” fu il più vasto fino ad ora programmato dagli Iron Maiden, toccando nel suo itinerario 28 nazioni per un totale di 300 concerti distribuiti in 13 mesi. In cima alla lista delle novità c’ è la visita nell’ Europa dell’ est e la partecipazione al festival di Rio. Non tutte le bands cominciano le tournee da Varsavia, questo è certo, ma è altrettanto certo che questa desuetudine non è l’ unico motivo di interesse in questa visita degli Iron Maiden in Polonia.
Apprensioni prima della tournee ce n’ era più di una, non tanto in fatto di sicurezza personale (la polizia polacca era presente in forza anche tra il pubblico) quanto per il livello di popolarità della band e l’ instabile politica del paese. È evidente che tutto quello che riportano i giornali e la TV sulla realtà polacca, non necessariamente rispecchia la verità, ma è anche vero che nessun dirigente polacco ha interesse ed autorità a farti vedere come veramente stanno le cose.
IN POLONIA CON EDDIE MUMMIFICATO, SFINGI, GEROGLIFICI E SARCOFAGHI
Un tour di una band è come quei giri turistici dove la guida ti racconta ogni dettaglio storico di ciò che vedi, ma non ti insegna a capire che tipo di persone abitano il paese e le condizioni in cui vivono. Varsavia è quasi una città di un film western, dove le case sono facciate di cartone senza nulla dietro. Lungi dal voler scavare nella verità e far politica, attraverso il rock, gli Iron Maiden si sono dedicati ai loro tre passatempi preferiti, come se la Polonia fosse un paese come un altro. La musica, il bere ed il calcio sono fenomeni internazionali che scavalcano le barriere doganali, sono droghe per i popoli. Il rock non è un fenomeno ufficiale in Polonia, non ci sono dischi stampati da case discografiche (quella di stato), ma il rock arriva, d’ importazione a prezzi assurdi (un disco costa la metà di uno stipendio mensile medio). Il governo polacco non impedisce questa specifica infiltrazione di cultura occidentale perché l’ heavy metal è fondamentalmente un divertimento ed i kids ne hanno bisogno.
Quello degli Iron Maiden è stato probabilmente lo show più grande svoltosi nel paese (vi sono tornati una seconda volta nel 1986). Negli occhi dei fans i colori e le immagini dello spettacolo, qualcosa di straordinario per loro, con quel set tutto ispirato alla civiltà egiziana, con sfingi, geroglifici, sarcofaghi ed un Eddie gigantesco tutto mummificato. Che la Polonia sia un grosso mercato discografico? Forse no, ma più di una band dovrebbe organizzare concerti in Polonia, se non altro perché la carenza di musica rock rende quei fans famelici e facilmente impressionabili. La band è passata quasi ad occhi bendati nel paese e ha solo epidermicamente recepito la situazione.. “<Non abbiamo pensato veramente alla situazione politica quando siamo andati in Polonia la prima volta perché se ci fossero stati pericoli per noi sono sicuro che Rod non ci avrebbe mandati. Tutto è filato liscio, ma non credo che ci sia stata data la possibilità di vedere alcunché. La cosa che fa paura, è che si tratta di una situazione in cui non si può fare quello che si vuole. Ci siamo chiesti se il governo ci ha usato come mezzo di propaganda, ma sono sicuro che i kids si sono divertiti. Loro vedono qualcosa che non avevano mai visto prima e se il nostro tour serve ad aprire le porte ad altre bands, sono felice, perché la nostra visita ha raggiunto il suo scopo. Per noi è stata un’ esperienza molto divertente. È un altro tassello a nostro favore. Siamo veramente soddisfatti del modo in cui abbiamo costruito il nostro successo, perché non ci sono molte bands che sono diventate popolari come lo siamo noi. Ti dà una sorta di autorispetto, avremmo potuto cercare di scrivere canzoni più commerciali per ottenere un hit single, ma i nostri cuori non sarebbero stati in quel progetto. I nostri fans sono molto fedeli, così facciamo quello che desideriamo e se altra gente non lo accetta, non ce ne frega nulla>” (Steve Harris).
Del bere in Polonia è meglio non narrare le tristi vicende, il calcio invece di buona qualità con un secco 8-2 inferto ad una squadra di giornalisti polacchi. “Irons rule OK”.
Tornati all’ ovest i Maiden hanno fatto un paio di concerti segreti, o quasi, in Italia (Pordenone ed Arma di Taggia) sulla via dell’ Inghilterra, dove ebbero come supporto i Waysted di Pete Way. L’ anno, senza ulteriori scossoni, si concluse con date negli USA e Canada ed il Natale passato a casa a Londra. Unici inconvenienti una serie di disastrose sconfitte (5) rimediate un po’ dappertutto. Anche il West Ham ha i suoi momenti di crisi.
1985: IN BRASILE 150.000 PERSONE A SERA, SAMBA E ROCK
Gennaio si inaugura con un boom. Rock in Rio è una specie di carrellata di quelle che sono state le bands di maggior successo dell’ 84. l’ evento, oltre ad essere una spesa monumentale, costata una fortuna al promoter, fu un successo di pubblico senza precedenti. Fu reclamizzato come il festival rock più grande del mondo e, anche se parecchie bands erano a fatica catalogabili nella sfera rock, la definizione fu accettata perché mai evento musicale (eccezion fatta per il Montreaux) è durato 10 giorni. Il Brasile è un paese pieno di risorse naturali e pieno di capacità ricettive nell’ ambito della musica rock. Forse è anche qui una questione di fame di musica occidentale, ma è un fatto che i brasiliani fanno con stile yankee sempre le cose in grande.
A parte Raffaella Carrà, solo i Queen erano venuti a suonare per 100 mila persone nella terra del caffè. I brasiliani avevano (nell’ 82) assaporato un po’ di musica rock, ma il leggiadro piroettare della ballerina Mercury non era esattamente scioccante quanto l’ impacciato incedere di Mr. Eddie, imbacuccato nelle bende da mummia. Questo per sottolineare quanto successo abbiano avuto gli Iron Maiden in Brasile, una terra di conquista, capace di acquistare dischi rock in vaste quantità. Non rimasero tuttavia molto suonando solo una volta (tutte le altre bands suonarono due concerti nell’ arco di 10 giorni) ma, come in Polonia, furono gratificati di accoglienze esuberanti, pur non essendo mai approdati a Rio in precedenza. Nei due giorni di permanenza fecero un mare di interviste e si divertirono molto, quasi fossero in vacanza.
Era il primo festival e non ci sono stati incidenti, il pubblico si è comportato civilmente e gli unici episodi di pseudo violenza vengono riportati da Bruce durante un’ intervista per Sounds: “<Tutti pensavano che ci sarebbero stati dei disordini, ma la gente si è comportata molto bene. Nessuno ha cercato di commettere omicidi … eccetto le guardie di sicurezza. – Non si può uscire dal camerino c’ è un tafferuglio -. – Chiamate le guardie di sicurezza allora -. – Non posso, sono loro che stanno litigando -. Alla fine gli abbiamo chiesto se potevano litigare all’ altro capo del corridoio perché noi dovevamo andare sul palco. Sono stato molto contento del modo in cui le cose sono andate. Freddie Mercury è stato scuoiato vivo quando era vestito con il reggiseno e la parrucca perché il pubblico ha interpretato “I want to break free” come una canzone di liberazione contro le dittature. Quando è apparso vestito da donna, hanno pensato che li prendesse in giro. Non era un problema di essere o non essere gay, fu solo un malinteso>”.
L’ organizzatore del festival (Roberto Medina, presidente di un’ agenzia chiamata Artplan) era riuscito a costruire il palco e le infrastrutture per il concerto a tempo di record (quando venne a Londra a fine novembre ’84 il tutto era ancora lungi dall’ essere pronto) sfruttando la mano d’ opera a basso costo di cui abbonda il Brasile. Ciononostante, fu necessario l’ intervento di parecchi sponsor per coprire gli 11.500.000 dollari. Il costo del biglietto variava dai 5 ai 7 dollari a seconda della serata ed era tenuto basso nel tentativo di attrarre un folto pubblico, cosa che avrebbe dato prestigio alla manifestazione, oltre a venire incontro alle capacità di spesa dei kids brasiliani che non è molto elevata. Per parlare di profitto sarebbero dovute venire 280.000 persone al giorno. Roberto Medina ha perso 5 milioni di dollari, i suoi sponsor no perché la birra è corsa a fiumi e si sono consumati una media di 65.000 hamburgers al giorno (Malt 99 e Mc Donalds si sono a lungo fregati le mani, Roberto Medina ha pianto miseria). Unica consolazione il fatto che l’ impianto, situato vicino al circuito di formula uno, fosse solo da ammortizzare nei quattro anni concessi dal governo in affitto. Quattro piogge torrenziali della primavera successiva (l’ autunno brasiliano) hanno però distrutto quasi totalmente la struttura dove si è svolto il festival. Medina, quasi in bancarotta, ha gettato la spugna e non intende perdere altri soldi. Da allora si è parlato di un Rock in San Paolo e di un Rock in Uruguay, ma sono state solo voci.
Gli Iron avevano intenzione di tornare in Brasile e stanno pensando di inserirlo ad un certo punto della tournee americana. L’ unico problema è che un viaggio in Brasile è sempre una grossa operazione finanziariamente ed il rischio di perdere soldi è alto.
Da Rio gli Iron volarono a New York per 5 date al Radio City Hall (due furono cancellate per un’ influenza post Rio che colpì la band) e ricominciarono la tournee USA interrotta. Girarono tutti gli States fino alle Hawaii dove, il 3 aprile, Dave Murray si sposò con la sua fidanzata di lunga data, Tamar Yarian. Per l’ occasione tutta la sua famiglia volò ad Honolulu a sue spese. Seguirono 12 giorni off prima di volare in Giappone e da li in Australia. Di ritorno dal paese dei canguri, Dave e Adrian, sotto la supervisione di Rod, fornirono il loro duetto di chitarre per la canzone “Stars”, il brano del progetto “Hear and Aid” di Jimmy Bain e Ronnie James Dio. Il 20 maggio a Los Angeles per le sessions, il 23 tutti insieme a Portland, nel Maine per concludere la tournee americana ancora in California ad Irvine Meadows di fronte a 15.000 focosi californiani.
Steve Harris, dopo 13 mesi di tournee, tornava così alla vita familiare. Gli mancava, come suggerivano le malelingue? “<Certo, c’ è così tanta differenza dall’ essere in tournee. Ci vuole un po’ di tempo a ritornare coi piedi per terra. Ci vuole una settimana, 10 giorni prima di tornare a dormire normalmente. Non è questione di fuso orario, è che la tournee diventa una tale routine, così è difficile smettere di andare a letto alle 4 del mattino e con la bambina è un problema: io vado a letto quando Lorraine, mia moglie, si alza. È una follia>”.
Riguardo alla sua devozione agli Iron Maiden dichiarò sempre a Kerrang: “<Non potrei immaginare di suonare nel gruppo di un altro, soprattutto dopo nove anni che la band è stata formata. Penso che sia perché i Maiden sono stati la mia vita per così tanto tempo che non ci penso mai. Se ci dovessimo sciogliere un giorno non so cosa farei … piangerei probabilmente. È come quando la gente mi chiede che cosa farò quando avrò 50 anni … non voglio pensare ad una cosa del genere>”.
La band è sopravvissuta alla lunga tournee e l’ occasione della pubblicazione dell’ album doppio dal vivo consente loro una vacanza supplementare prima di rientrare in studio per registrare “Somewhere in Time”. Sono stati 6 mesi rilassanti, ma intensi di progetti collaterali. Il lavoro necessario per “Live After Death” era già stato fatto, tutt’ al più si trattava per Steve di andare con Rod a controllare di persona certe fasi del missaggio e dell’ editing del video della tournee, abbinato all’ album. Non si tratta del primo video dal vivo della band. Dopo quello girato al Rainbow del Natale dell’ 80 e pubblicato nell’ 81, dopo “Video Pieces”, una compilations dei video promozionali del periodo “Number of the Beast” e “Piece of Mind”, fu pubblicato nell’ aprile di quell’ anno “Behind the Iron Curtain” che, con un gioco di parole, era il titolo di un video live degli Iron girato in Polonia ed Ungheria nell’ estate precedente. Le immagini del concerto erano alternate con riprese in esterno fatte in quei due paesi per un totale di 30 minuti.
"Live after Death” era la massima espressione degli Iron Maiden; il concerto, il momento dell‘ apoteosi che è la ciliegina sulla torta di 5 anni di successi. Video e disco non sono uguali. Il primo è girato tutto alla Long Beach Arena, mentre l ‘album, più lungo di 10 minuti, ha una facciata registrata all’ Hammersmith Odeon, un tributo questo si fedeli fans inglesi. Lo show inglese è anche diverso da quello americano, abbondano di canzoni tratte dai primi album, più significativi nella memoria dei fans britannici che non in quella dei fans d’ oltre oceano.
CONTRO L’ EROINA UN DISCO CON “RUNNING FREE” E “SANCTUARY”
La band poco prima pubblicò anche un singolo con “Running Free” e “Sanctuary” (il secondo non incluso nell’ album) il denaro della cui vendita doveva essere devoluto per una campagna contro l’ eroina. L’ idea venne suggerita, tra le altre cose, da una visita che la band fece in un centro di recupero per ragazzi drogati e alcolizzati. Bruce mi disse più tardi: “<Rimasi scioccato alla vista di quei ragazzi. Dovetti andarci per rasserenare loro ed i dirigenti di questo centro vicino a Las Vegas. Avevano paura che venissero al nostro concerto per farsi o per bere. Ragazzini di 13 anni in acido, fatti di coca o consumatori abituali di due bottiglie di Jack Daniels al giorno. Non avevano problemi, ma si facevano perché quello era il modo americano di essere “in” … Non avendo partecipato al Live Aid abbiamo pensato di donare il denaro per questa campagna anche per cancellare quell’ immagine che hanno le rock bands di essere dediti alla droga e all’ alcolismo>”.
La band persa per il mondo si ritrovò a Londra per il party di presentazione che si svolse in un club chiamato incidentalmente, Sanctuary, come il management degli Iron Maiden, facente parte dell’ Heaven a Charing Cross. Oltre a bevande a profusione, nel locale, reso piuttosto sinistro dall’ aggiunta di abbondanti ragnatele artificiali, si poté assistere alla prima del suddetto video. Oltre alla band non presenziarono altri artisti, ma EMI e management tendono sempre a separare party per i giornalisti, da party per gli amici del gruppo. Nel tempo libero, intanto, Bruce ha avuto modo di prendersi un patentino da schermidore professionista, andando in giro per l’ Europa in vari tornei. Steve ha diviso il suo tempo tra calcio, tennis e problemi casalinghi; Nicko si è procurato un altro patentino da pilota. Gli piace troppo volare da una città all’ altra degli States con un bimotore privato per rassegnarsi ai trasferimenti in tour bus; Dave si è dato al tiro con l’ arco ed Adrian alla pesca in Irlanda. Nicko e Adrian, inoltre, si sono dati da fare a perseguire un progetto collaterale, una band nota, anzi sconosciuta, sotto il nome di “Entime Population of Hackney”, band che comprendeva un certo Andy Bamett (ex Visage-720) e Dave Colwell che suona ora la chitarra con Paul Samson, entrambi facevano parte degli Urchin, il gruppo di Adrian di 8 anni fa. Suonarono un concerto al Marquee poco prima di Natale, ed un altro sotto il nome di Sherman Tankers in Kent, una specie di contentino per i fans che non vedevano i loro beniamini da oltre un anno. Prima della fine dell’ 85 Bruce trovò modo di sposarsi (e quattro!) con Jane con la quale era da tempo fidanzato.
IRON MAIDEN
Di concerti veri gli Iron non ne fecero in Europa, ma l’ album li rimpiazzò a dovere entrando di diritto al numero 4 (il numero chiave direi). La popolarità straripante degli Iron Maiden poteva essere palpata con mano leggendo i risultati dei referendum di Kerrang, pubblicati a fine gennaio ’86. il gruppo ottenne ben 8 prime posizioni: band dell’ anno, singolo (Running Free), cantante maschile (Bruce), bassista (Steve), batterista (Nicko), album (Live After Death), album cover (Live After Death), video (Live After Death). It' s a long way from Ruskin Arms.
1986: IL TRIONFO, UN ANNO TUTTO D’ ORO … IN CRESCENDO
Ed eccoci dunque al 1986, i cui primi 5 mesi sono stati passati tra l’ isola di Jersey, l’ eremo dove la band scrive le canzoni per gli albums, Compass Point nelle Bahamas, dove hanno registrato le parti di basso, basso-synt e batteria, e Wisseloord a Hilveersum, in Olanda. Questo studio vicino ad Amsterdam è la novità rispetto al passato, ma con “Somewhere in Time” più di una cosa è cambiata. Innanzitutto, non era mai capitato che tra la fine di un tour e l’ inizio del lavoro passasse tanto tempo. Personalmente non lo vedo come un segnale negativo. Dopo anni di carriera, con già 5 albums in studio alle spalle è logico che la band, ora economicamente sicura, abbia bisogno di una maggiore libertà per evitare che la vita si trasformi in una paranoica routine.
“<Questa volta con 6 mesi di vacanza, abbiamo avuto il tempo di ricaricare le pile e quando siamo entrati in studio avevamo molto entusiasmo>” (Steve Harris).
Rispetto al passato, sono cambiati anche i tempi in studio. Per “Iron Maiden” tutto fu fatto in 6 giorni: i 5 mesi di “Somewhere in Time”, sono tuttavia, ancora da considerare pochi alla luce di esperienze altrui. Inoltre questo è l’ album dove ci sono più innovazioni dal punto di vista musicale. In precedenza gli effetti speciali si limitavano ad intro-tapes con estratti da telefilm o cose del genere (il discorso di Churchill “Fight them on the Beaches” in “Live After Death”, la voce di Vincent Price in “Number of the Beast” e quella di Patrick Mc Gohan in “The Prisoner”) ora si tratta di suoni veri e propri.
“<Il basso e la chitarra synt si adattano molto a noi, è proprio il tipo di suono ricco di cui necessitiamo per colorare il background senza annacquare nulla. Non credo che siano eccessivi, non sono tastiere, nessuno di noi saprebbe usare una tastiera. Quel tipo di sintetizzatori sono stati in giro per un po’, ma non li avremmo usati allora. Io ho avuto un basso synt per due anni, ma suonava da schifo>” (Steve Harris).
L’ album, un altro voluminoso disco di oltre 50 minuti, è un grosso passo avanti rispetto al passato. Ha ritenuto l’ immediatezza dei prodotti classici degli Iron Maiden, ma ha acquistato in spaziosità quasi avesse sfondato un ideale tetto musicale alla ricerca di nuovi territori da esplorare pur ricordandosi che i piedi sono in cantina. Ci sono momenti in cui Genesis e Rush potrebbero riconoscersi e altri, brevissimi (Sea of Madness), dove si può pensare di essere trascinati dal ritmo e ballare in mezzo alla stanza.
L’ album ha un tema piuttosto futurista con Eddie trasformato in vendicatore alieno e l’ East End di Londra in città del 2000. la foto session che accompagna ufficialmente l’ album si tenne nel deserto del Nevada. Per l’ ambientazione furono usate macchine provenienti dal film “Blade Runner”, ristrutturate e ripulite per l’ occasione. Dirvi quanto sia costata tutta la session, che comprendeva alberghi per la band e i voli da Londra per Los Angeles in prima classe, lo lascio solo immaginare … Prima di “Somewhere in Time”, un singolo, “Wasted Years” che introduce un po’ il tema dominante dei testi di Steve Harris di questi ultimi tempi, la completa ed insensata distruzione dell’ esistenza dell’ uomo. La vita è qualcosa di futile, passeggera, l’ uomo è solo, abbandonato, sembra che “Alexander the Great” sia qualcosa del genere, un grande uomo, molto potente e venerato ma solo chiuso in una palla di vetro, come in “The Trooper” dove si racconta di una vita sprecata.
In fatto di sprechi, le B-sides dei singoli degli Iron, sono sempre più il ricettacolo della “spazzatura”. Vi trovano posto cover-songs (in passato “I’ ve got the Fire” dei Montuose e “Cros Eyed Mary” dei Jethro Tull) poco note come “Reach Out” e “That Girl” e “The Sheriff of Huddersfield”. La prima è una canzone cantata da Adrian Smith che si definisce un cantante un po’ frustrato ma che non ha intenzione di minacciare il posto di Bruce. Si trattava di un brano dei “Whole Population of Hackney” mentre “That Girl” ha una storia un po’ più strana. Un’ altra versione di questa canzone la si può trovare sull’ album degli FM “Indiscreet”. Il punto di contatto tra le due band sono i Samson. Il pezzo è stato originariamente ideato dall’ ultima formazione dei Samson, Pete Jupp e Mery Goldsworthy se la sono portata dietro nella loro nuova band e l’ hanno rielaborata. Dave Colwell (ex Urchin) ha chiesto a Paul il permesso di usarla per “Population of”. Il brano è stato suonato alla fine dell’ anno scorso al Marquee, ma, per motivi ignoti, non è mai stato pubblicato il singolo.
“The Sheriff of Huddersfield” è invece, una sonora presa per i fondelli del loro manager, accusato di essere diventato troppo americano. Hanno un ufficio anche a Los Angeles per controllare da vicino le vicende degli WASP oltre che degli Iron e pare che Rod passi molto del suo tempo a Sunset Boulevard, dove, guarda caso, c’ è anche il famoso “Rainbow”. Pare che Rod sia un amante della pizza … Tornando a “Somewhere in Time” “Heaven Can Wait”, contrariamente alla nota tendenza di Steve e Bruce di rifarsi a elementi tratti dal cinema, non ha nulla a che fare con il film “Il paradiso può attendere”.
Steve Harris: “<E’ una canzone che tratta di quelle esperienze di morte apparente, di quella gente che muore sotto i ferri in sala operatoria e si vede lì sul tetto, o vede un tunnel pieno di luci alla fine e cose del genere. Fondamentalmente, è la storia di un uomo che fa una cosa del genere, esce da se stesso, si vede sul letto e dice – Fuck it, non me ne vado, non è ancora ora -. Al risveglio ritornando nel suo corpo, non è sicuro se è morto e rinato oppure stava solo sognando. È una specie di emicrania>”.
L’ album si conclude con “Alexander the Great”, una canzone di cui Steve è particolarmente soddisfatto: “<Ho passato molto tempo a leggere di quell’ uomo e studiare la sua vita. È una storia veramente fantastica, che persona incredibile, che vita stupefacente. Ne ero così affascinato che al momento di cominciare a scrivere il nuovo materiale per l’ album, la canzone e il testo mi sono fuoriusciti facilmente nel solo periodo di due settimane>”.
Tanto, se confrontato con i 10 giorni impiegati per registrare “Killers”. Steve ha detto ancora: “<Per il primo ed il secondo album avevamo montagne di materiale da cui scegliere, era facile entrare in studio e buttare giù le canzoni, perché erano già scritte e provate decine di volte dal vivo>”.
Rispetto ai primi giorni non c’ è un vero e proprio rigetto nei confronti delle tournee ma nessuno nella band sembra intenzionato a supportare 13 mesi on the road come accadde per il Powerslave Tour. Il più stanco era sicuramente Bruce che, forse anche per quel motivo, ha trovato difficile lo scrivere materiale per il nuovo album.
“<Probabilmente ero il più stanco della band, ad esempio Nicko ha fatto questo lavoro per un paio di anni, quindi è logico che se ne volesse subito uscire e suonare ancora, perché annoiato da vari mesi di inattività, si sono trovati con Adrian ed altri amici ed hanno fatto dei concerti. Mi avevano chiesto di unirmi con loro sul palco per un paio di pezzi, ma io avevo paura di andare sul palco e mi chiedevo se sarei stato capace di tornarci dopo quei 12 mesi passati i tournee. In fondo, siamo esseri umani, non robot, la cosa buffa è che nel momento in cui abbiamo scritto l’ album mi è ritornata subito la voglia di suonare dal vivo. Improvvisamente tutto è tornato meraviglioso>”.
La vita in tournee sembra essere un po’ più tranquilla, ora che quasi ogni membro del gruppo è sposato. Con il passare degli anni, sembra che gli episodi degni di nota si riducano al minimo indispensabile per mantenere alto il nome. Tutto si riduce quindi a quei momenti in cui si alza un po’ il gomito ed escono gli alter ego. Dave si trasforma in “Nobby Tart”, Adrian diventa Melvin, Nicko diventa Boomer, Steve resta Harry, mentre Bruce diventa Conan the Librarian. Al momento di scrivere il “Somewhere in Time” è appena cominciato: la band è in un momento d’ oro sotto tutti i punti di vista e non è difficile prevedere che sarà un successo. Personalmente, non vedo come gli Iron Maiden possano avere cali di popolarità nel prossimo futuro. Se dovesse succedere sarà solo “Somewhere in (a long) Time”.
La biografia e' tratta dal libro uscito nel 1986 in Italia "Iron Maiden"
